Aprile dolce dormire, diceva la mia professoressa di latino al liceo.
Questo però è l’aprile più strano della mia vita e la dolcezza non la sto affatto trovando nel sonno ma nello stare sveglia. Nel tenere gli occhi ben aperti, pronti ad osservare tutto ciò che mi circonda qui in Kenya, dove da giugno sto svolgendo il mio anno di Servizio Civile.
Osservo per le ultime volte i volti sorridenti dei bambini dell’MPU (il rescue center dove lavoriamo), la concentrazione dei miei colleghi in ufficio, le mani gesticolanti dei contadini, i piedi scalzi dei pescatori. Osservo il velo candido e svolazzante delle Sisters e il precisissimo hijab delle donne al mercato, il prato ben curato del tempio induista e la discarica maleodorante non troppo lontana da casa mia. Fiori mai visti prima, capre e polli scorrazzanti per le strade e carretti che vendono mango.
Ma cosa ci faccio io qui, in mezzo a tutto questo? Mi rispondo che sto facendo parte di una storia più grande, sto dando e sto ricevendo, sto condividendo una prospettiva diversa e imparando ad osservare meglio. In realtà però, spero di essere inutile.
“Bisogna imparare la vocazione all’inutilità”, ci ha detto padre Maurizio (missionario comboniano da molti anni in Kenya). Il mosaico colorato di cui ho fatto parte negli ultimi dieci mesi esisterà anche dopo che me ne sarò andata, anche senza di me. Se c’è una cosa che mi è rimasta impressa in questo anno di Servizio Civile è proprio questa: non sono necessaria all’esistenza di questo posto (e di molti altri), ma posso essere utile ad aggiungere colore.
Un colore che si unisce alla già esistente bellezza di questo mosaico così caotico, contraddittorio e confuso, ma anche così mozzafiato. Si unisce al colore di una cultura che non ha bisogno di un aiuto imposto, arrogante e che fa i propri interessi, ma piuttosto di essere ascoltata, osservata e considerata.
Mi unisco al colore che vedo ogni giorno all’MPU, sulle mani dei bambini del centro, nei loro occhi e nei loro abbracci. Bambini che hanno solo bisogno di essere visti, di gentilezza e di qualcuno che, con amore, semplicemente sta.
Facciamo spesso l’errore di sentirci indispensabili, invincibili, quelli che “sanno come si fa”. Sarebbe bello, invece, imparare a stare, a condividere, a chiedere il permesso e a mettersi in discussione. Quest’anno mi sto impegnando molto per impararlo e per decostruire tutti i miei “so io come si fa”, e vorrei che questo diventasse uno sforzo collettivo.
Vorrei che tutti imparassimo ad essere un po’ più inutili e, semplicemente, a stare.
Federica

