Servizio civile Moldova

Imparare a restare: quello che il Servizio Civile mi sta insegnando

Quando sono partita parlavo di sogno, di ritorno, di crescita.
Oggi, dopo otto mesi di Servizio Civile in Moldova con Caritas Ambrosiana e Diaconia, mi accorgo che questa esperienza sta andando molto più in profondità di quanto immaginassi.

Se dovessi dire cosa sta davvero segnando questo tempo, userei tre parole semplici: fermarsi, esserci, fare tempo.

Non sono concetti nuovi per me. Li avevo già incontrati negli studi, nel lavoro, nel volontariato. Ma qui stanno prendendo un altro peso, perché li vedo incarnati ogni giorno nelle vite delle persone che incontro. È come se la teoria avesse trovato carne, voce, sguardi.

In questi mesi ho lavorato in contesti diversi, con persone di età, storie e fragilità molto lontane tra loro. Eppure, c’è una cosa che ritorna sempre, come un filo rosso che collega tutti i servizi, indipendentemente dai problemi affrontati o dalle persone coinvolte: la relazione. La qualità della presenza. Il tempo dedicato davvero.

Ho capito che fermarsi è un atto rivoluzionario.
Fermarsi davanti a qualcuno che nessuno ascolta. Fermarsi abbastanza a lungo da permettere a una storia di uscire piano, senza forzarla. Fermarsi anche quando dentro senti la fretta di fare, di risolvere, di sistemare.

Ho capito che esserci non è scontato.
Non è solo presenza fisica, ma continuità. Tornare, anche quando i risultati non si vedono subito. Restare accanto alle fragilità senza scappare quando diventano scomode, pesanti, lente. Esserci anche nei silenzi, quando non sai bene cosa dire ma scegli di non andartene.

E ho capito cosa significa fare tempo.
Fare tempo agli altri, in un mondo che corre e che spesso lascia indietro chi è più fragile. Ma anche fare tempo a me stessa: accettare i miei limiti, la stanchezza emotiva, il bisogno di fermarmi per non svuotarmi. Ho imparato che prendersi cura non è solo dare, ma anche imparare a rimanere interi mentre si dona.

In questi mesi ho incontrato fame, povertà, solitudini che fanno rumore anche quando tacciono. Ma ho incontrato anche una forza silenziosa nelle persone, una capacità di andare avanti nonostante tutto. E in mezzo a tutto questo ho visto una verità semplice: a volte basta davvero poco per fare la differenza.

Basta ricordarsi il nome di qualcuno.
Basta sedersi accanto senza guardare l’orologio.
Basta creare uno spazio sicuro dove una persona possa dire, forse per la prima volta, “questa cosa mi fa male”.

Sono gesti piccoli, quasi invisibili. Eppure, messi insieme, cambiano il modo in cui una persona attraversa la propria difficoltà. Non risolvono tutto, ma rompono la solitudine. E a volte è proprio da lì che inizia un cambiamento possibile.

Questo Servizio Civile non è ancora finito. Mancano quattro mesi, ma so già che resterò qui più a lungo, perché nel frattempo è nata una collaborazione di lavoro con Diaconia. Non era un piano iniziale. È una scelta che è maturata vivendo, giorno dopo giorno, dentro le relazioni.

Se nel primo articolo parlavo di ritorno alle origini, oggi sento che questo percorso è soprattutto un ritorno all’essenziale. Mi sta insegnando che non servono gesti eroici per dare senso al proprio tempo. Serve la disponibilità a mettersi in gioco davvero, a lasciarsi toccare dalle storie degli altri, a restare anche quando sarebbe più facile andarsene.

E forse è proprio questo che rende il Servizio Civile un’esperienza così trasformativa: entri pensando di “fare qualcosa per gli altri” e ti accorgi che, passo dopo passo, sono anche gli altri a trasformare te.

Siamo un granello nel mondo, è vero.
Ma anche un granello, quando si ferma nel punto giusto, può diventare un appoggio. Un piccolo segno di stabilità dentro vite che spesso ne hanno avuta poca.

E a volte, per cominciare a cambiare le cose, basta proprio questo: qualcuno che sceglie di restare.

Nina

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