Febbraio. Sono ormai otto mesi che vivo in Perù.
Quando sono partita per il servizio civile a Pucallpa, ciò che più mi affascinava era l’idea di trascorrere un anno nel cuore della foresta amazzonica. Oggi, dopo tutto questo tempo, posso dire di aver scoperto un mondo sorprendente, molto più complesso e vivo di quanto avessi immaginato.
La selva – come qui chiamano la foresta amazzonica – non è soltanto uno degli ecosistemi più ricchi al mondo per biodiversità e molteplicità culturale, con centinaia di popolazioni originarie indigene, bensì è anche un luogo abitato da spiriti, credenze e leggende.
Uno dei primi spiriti di cui abbiamo sentito parlare è il Chullachaqui: nella tradizione peruviana è un’entità che può assumere le sembianze di una persona cara per attirarti nella foresta e farti smarrire il cammino. In questi mesi di servizio civile, ogni volta che ci siamo addentrati nella selva, la sua storia ci ha accompagnati. Le guide ci mettevano in guardia e, prima di entrare nella foresta, fumavano il mapacho, un tabacco locale usato per calmare gli spiriti e chiedere loro il permesso di attraversare il territorio.
Nei caseríos e nelle comunità indigene, i bambini ci raccontavano delle Madri degli alberi: ogni albero ha la sua, e prima di tagliarlo bisogna chiederle il consenso, per non incorrere nella sua ira. Ci hanno parlato anche del Tunchi, uno degli spiriti più temuti della selva: se ne senti il fischio, dice la tradizione, non devi mai voltarti a cercarlo.
Durante una permanenza in una comunità Shipibo, popolazione originaria dell’Amazzonia, ci siamo ritrovati perfino a “difendere” alcuni bambini da un Duende dalle cattive intenzioni — almeno così lo interpretavano loro, con assoluta serietà.
Per chi vive nella selva, indipendentemente dall’etnia, queste non sono semplici storie per spaventare i più piccoli. Sono parte della realtà quotidiana. L’Amazzonia è viva, popolata da spiriti benevoli e maligni. Ogni albero, ogni fiume possiede una Madre che lo protegge; con questi spiriti occorre entrare in relazione, dialogare, per poter vivere serenamente nella foresta.
È una visione del mondo che richiama il concetto del buen vivir: vivere in equilibrio, non sopra la natura, ma insieme ad essa. La selva dà e toglie in abbondanza, crea e distrugge, è tanto bella quanto pericolosa. Per chi ci vive è come una madre: amorevole, ma severa. Nutre, offre cure, rifugio, ma allo stesso tempo punisce, mantiene l’equilibrio.
Vivendo accanto a queste comunità impari, quasi senza accorgertene, a rispettare ed accogliere la loro cosmovisione. All’inizio può disorientare la naturalezza con cui parlano di spiriti ed energie invisibili. Eppure, con il passare dei mesi, anche io ho iniziato a percepire nella selva qualcosa di vivo e forte, un’energia che ti accompagna sempre e che ti fa percepire quanto dipendiamo da essa.
Al termine del mio servizio civile, tornerò a casa con una relazione con la natura più intima e consapevole, simile a quella che si costruisce con un’altra persona, e con un rinnovato rispetto per essa.
Noemi, servizio civilista a Pucallpa, Perù

