Questo è il mio sesto mese di Servizio Civile in Kenya.
Lavoriamo in due centri di Malindi, una piccola cittadina sulla costa: uno che segue bambini e ragazzi con disabilità e un Rescue Center che accoglie minori vittime di abuso.
Prima di partire, durante la formazione, abbiamo parlato molto di aspettative. Eravamo tutti pieni di entusiasmo e desiderio di “essere utili”. Anche io ero pronta: organizzata, con la testa piena di schemi e programmi. Fare bene, fare tanto, fare subito. Nella mia mente le giornate erano già scritte: mattina in un centro, pomeriggio nell’altro, attività pianificate, lista delle cose da fare, spesa, cena, sonno. Ripeti.
Poi sono arrivata qui e mi sono accorta che la vita a Malindi non legge i miei programmi.
A volte il boda arriva tardi. A volte non arriva affatto. Il matatu parte solo quando tutti i posti sono pieni. Un’attività preparata in due giorni dura cinque minuti, e quella improvvisata all’ultimo si rivela la più riuscita. Fa buio presto, e ogni tanto ci accorgiamo, troppo tardi, che il boccione dell’acqua potabile è già praticamente vuoto.
Qui anche le cose semplici richiedono tempo, attenzione e soprattutto flessibilità.
Non è stato così facile abituarsi. Spesso ho sentito di non riuscire a controllare tutto e di avere le giornate troppo corte per riuscire ad incastrare ogni cosa. Continuavo a chiedermi se stessi “facendo abbastanza”.
Poi piano piano ho smesso di fare la guerra al ritmo delle cose. Ho iniziato a fermarmi, ascoltare e ad accogliere invece di continuare a resistere.
E mi sono resa conto di una cosa importante: il cuore del nostro lavoro non sono le attività perfettamente programmate ma le persone. Lavoriamo dentro le relazioni e le relazioni hanno bisogno di tempo.
Spesso i cambiamenti sono piccoli, quasi invisibili: uno sguardo in più, un sorriso, il modo in cui qualcuno si siede accanto. La nostra presenza che a poco a poco è diventata quotidianità.
In un mondo che ti vuole sempre pronta, efficiente, performante, qui sto reimparando la lentezza.
Non come rinuncia, ma come spazio. Mi sto allenando a farci caso. A saper riconoscere le piccole cose e imparare ad apprezzarle. A non contare solo ciò che è immediatamente tangibile. A capire che non tutto deve essere perfettamente programmato, misurato e valutato. A lasciare che le cose crescano al loro passo.
Quello che quest’anno mi sta chiedendo è proprio questo: imparare a stare.
Dentro le relazioni, nei silenzi, nei tempi degli altri, anche quando non coincidono con i miei. Senza aspettative irraggiungibili e senza il bisogno di dimostrare qualcosa. Rallentare non significa “fare meno”: significa non mettersi davanti in tutto, fare spazio per accogliere l’altro e per costruire insieme.
E oggi, se il boda arriva tardi, cerco di non controllare più nervosamente l’orologio ma di godermi il panorama.
Francesca

