Tre mesi e mezzo fa sono partito.
Dopo 25 ore di viaggio, e con 40 kg di bagagli pieni di buoni propositi, sono arrivato a Capiz, Filippine.
Era la prima volta che partivo per un anno intero, un orizzonte temporale così lungo che ti confonde e ti spiazza, al punto da non riuscire a vedere oltre: cosa ci sarà dopo?
Molto presto ho smesso di chiedermelo: in fondo che importa? Meglio focalizzarmi sul qui e ora e sulle pochissime certezze che avevo, ovvero che avrei offerto il mio servizio, messo in campo tutto quello che ho imparato in sette anni di lavoro nella iperperformativa Milano e che avrei facilmente trovato soluzioni semplici a problemi complicatissimi. Che avrei dato e che avrei aiutato.
Non potevo sbagliarmi di più.
A Capiz sono un alieno. La mia pelle è diversa, la mia lingua incomprensibile - così come qualsiasi altra lingua io provi a parlare, ma forse non è una questione linguistica - e persino le mie passioni lo sono: mi piace viaggiare, mangiare al ristorante, andare in moto, fare immersioni.
Ma come si spiegano tutte queste cose a chi alla mia stessa età vive in una capanna di legno e fango ed è responsabile di portare a tavola tre pasti al giorno per i suoi genitori e per i suoi fratelli piccoli? Che importanza hanno per loro tutte queste cose?
E se non hanno più importanza le cose che per me contano di più, allora chi sono io? E se anche capirsi per davvero è un’impresa, allora come posso aiutare?
Tante volte queste domande hanno risuonato nella mia testa nelle prime settimane, alimentando uno sconfortante senso di impotenza misto a inutilità, che mi ha spinto a cercare con insistenza una soluzione, che fosse trovare una brillante idea di campagna di fundraising, oppure scrivere una proposta progettuale che risolvesse tutti i problemi (o quelli che io vedevo come tali) di una casa di accoglienza in cui vivono ragazzi sordomuti e ciechi.
Eppure, col passare del tempo, è cresciuto dentro di me il dubbio che la risposta a quelle domande non fosse nulla di tutto ciò: non si trattava di “risolvere qualcosa” o salvare qualcuno, né di contaminare la realtà che stavo vivendo con pezzi di quella a cui ero abituato.
Ho capito che non si trattava di “lavoro”, ma di “servizio”, che prima di “fare” bisogna ascoltare e guardare con occhi che non sono i nostri, che il plusvalore più grande a volte non è dato da ciò che si è prodotto, ma dalle relazioni che se non fossi partito non sarebbero mai nate, che il valore del tempo non si misura solo in Euro, né in Pesos, che comunità fragili come quella di Capiz non si spezzeranno nel momento in cui se ne andranno i volontari.
E quindi siamo davvero servi inutili?
Tutt’altro, ma forse dopo tre mesi e mezzo ho capito che erano inutili quei 40 kg di buoni propositi con cui pensavo di aggiustare, risolvere o cambiare le cose. E ho imparato che qualcosa cambia quando smetti di dividere il mondo tra chi aiuta e chi è aiutato, quando smetti di guardarlo con occhi pieni di compassione, e inizi semplicemente a stare, ascoltare e accogliere l’incontro.
Forse è questo che significa essere “servi inutili”: non essere da soli al centro.
Perché è in quell’incontro - fragile, imperfetto, vero — che qualcosa cambia davvero.
Marcello Augugliero


