Insieme ai miei compagni di servizio civile, ho avuto l’opportunità di partecipare, dal 1 al 3 ottobre 2025, alla Cumbre Amazónica del Agua, tenutasi a Iquitos, nel cuore dell’Amazzonia peruviana.
L’incontro è stato promosso dalla Vicaría del Agua del Vicariato di Iquitos, in collaborazione con numerose istituzioni e organizzazioni locali e internazionali, tra cui università, chiese, ONG, movimenti indigeni e reti ambientali.
All’evento hanno preso parte circa 400 persone provenienti da 10 Paesi amazzonici, tra leader indigeni, operatori sociali, ricercatori, giovani, rappresentanti della società civile e organizzazioni religiose.
Le giornate di lavoro sono state dedicate a questioni cruciali:
● il diritto umano all’acqua potabile e l’accesso universale ai servizi di base;
● gli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi amazzonici, in particolare la deforestazione, le siccità e l’inquinamento dei corsi d’acqua;
● le attività estrattive che minacciano la sopravvivenza della foresta e delle popolazioni locali (miniere illegali e legali, sfruttamento petrolifero, grandi opere idroelettriche, espansione urbana);
● l’ascolto delle voci indigene e comunitarie, con le loro cosmovisioni e strategie di resistenza;
● l’importanza di coniugare conoscenze scientifiche, spiritualità e saperi tradizionali nella difesa dell’acqua.
Tra tutti gli interventi, quello che personalmente mi ha colpita di più è stato quello di Pedro Arrojo-Agudo, Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari, che ha delineato una gerarchia delle priorità nell’uso dell’acqua, articolata in tre livelli fondamentali:
● Acqua per la vita – garantire innanzitutto l’uso domestico essenziale per bere, cucinare, l’igiene personale e la salute pubblica.
● Acqua come bene comune – riconoscere l’acqua non come una merce, ma come un bene comune, non appropriabile e accessibile a tutti.
● Acqua per l’economia – ammettere gli usi produttivi (agricoltura, industria, energia) soltanto in quanto subordinati ai diritti fondamentali e alla tutela degli ecosistemi.
Questa prospettiva ha evidenziato con chiarezza come la crisi idrica non sia soltanto una questione tecnica o ambientale, ma un tema politico e sociale che riguarda le priorità collettive della nostra società. Secondo le Nazioni Unite e l’Organizzazione Mondiale della Sanità, una persona su quattro nel mondo non dispone ancora di un servizio di acqua potabile sicuro.
In Perù, si stima che circa 3,5 milioni di cittadini (circa il 9%) non abbiano accesso all’acqua potabile e che oltre 10 milioni, ovvero quasi un terzo della popolazione, siano esposti a fonti contaminate da metalli pesanti e sostanze tossiche, spesso a causa di attività estrattive.
La Cumbre si è conclusa con una Dichiarazione per il diritto all’acqua, nella quale i partecipanti hanno denunciato con forza le cause di morte e distruzione nei territori amazzonici: lo sfruttamento minerario e petrolifero, la deforestazione, l’inquinamento dei fiumi, il narcotraffico e l’assassinio dei difensori dell’acqua. Il documento richiama anche le responsabilità dei governi, spesso complici nell’autorizzare pratiche che aggravano il degrado ambientale e sociale.
Accanto a queste denunce, la Dichiarazione ha espresso speranza e impegno: la resistenza dei popoli indigeni, la voce delle donne e dei giovani, la forza delle comunità che riconoscono l’acqua come sacra e viva. Tra le proposte emerse, il riconoscimento del “diritto di flusso” dei fiumi e dei laghi, liberi da contaminazioni; la costruzione di alleanze tra popoli amazzonici, andini e di altre regioni; l’urgenza di educare bambini e giovani all’ecologia integrale. La Dichiarazione integrale è consultabile qui: Declaración por el derecho al agua – Iquitos 2025.
Ciò che mi ha colpita maggiormente durante la Cumbre è stata la pluralità delle voci: leader indigeni, operatori sociali, accademici, giovani, rappresentanti religiosi e donne delle comunità rurali. Questa ricchezza di prospettive ha reso possibile un confronto autentico e particolarmente arricchente. Ancora più toccante è stato ascoltare le testimonianze dirette: persone che vivono accanto a fiumi contaminati, comunità che lottano quotidianamente per garantire acqua pulita ai propri figli, famiglie segnate dall’impatto delle attività minerarie o della deforestazione. Una contraddizione che emerge con forza a Iquitos, città circondata dall’acqua, ma dove una parte significativa della popolazione (61%) non dispone ancora di un accesso sicuro e continuativo all’acqua potabile.
La Cumbre non è stata soltanto un luogo di denuncia, ma anche un laboratorio di speranza collettiva: le comunità hanno condiviso le proprie strategie di resistenza, le organizzazioni hanno proposto soluzioni concrete, e si è riaffermata una convinzione essenziale: l’acqua non è una merce, bensì un diritto universale e un dono da custodire insieme.
Letizia Furlan

