La mia prima cena a Casa Perego - Le parole di una civilista che ha appena terminato il primo mese di Servizio Civile in Casa Perego.

La mia prima cena a Casa Perego. Quando non fare niente è la cosa più difficile.

Oggi, per la prima volta da quando ho iniziato il Servizio Civile,  sono andata a cena a Casa Perego, un luogo dove prende vita un progetto di coabitazione tra persone disabili e non disabili e che promuove l’autonomia dei suoi ospiti.  

Sono arrivata alla Casa dopo la fine delle attività del Centro, accompagnata da Gigi*, Tommy* e Ricky* i tre ragazzi che durante il giorno frequentano il Centro Socio-Educativo La Vite e, nel resto del tempo, vivono a Casa Perego. È stata Ilaria, l’educatrice con uno spiccato accento bergamasco, a spiegarmi che, prima di poter raggiungere la Casa, i tre inquilini avrebbero dovuto aspettare mezz’ora, per permettere all’educatrice di arrivare e organizzarsi per il pomeriggio. 

Non ho fatto in tempo a sedermi per aspettare che passi mezz’ora, che Gigi arriva a chiedermi se possiamo andare. Questa cosa mi fa ridere, perchè lui sa benissimo che prima delle 16:30 non ci si muove, ma prova comunque ad approfittarsi della mia ingenuità. Ed è per questo che, nei trenta minuti successivi, mi chiede altre sei volte se possiamo andare. E tutte e sei le volte si sente rispondere che no, si va via alle 16:30. 

Arrivati a Casa, dopo il consueto rituale della merenda, si parte con le attività più banali che si possono fare in una casa: fare la doccia, fare la lavatrice, svuotare la lavastoviglie e fare la spesa per la cena.

I ragazzi vengono indirizzati ciascuno alla sua attività da Annalisa, l’educatrice che copre il turno del mercoledì pomeriggio.

Le loro personalità, come sempre, si fanno prepotentemente spazio: Ricky risponde con un fischio di assenso all’indicazione di andare a fare la doccia, Tommy manda un bacio ad Annalisa prima di andare in cucina e Gigi si lamenta di dover fare la lavatrice perché ha “la pigrizia” e vorrebbe che qualcuno lavasse i suoi vestiti al posto suo. Dato che nessuno si offre, si avvia a raccogliere i suoi vestiti sporchi, non senza lamentarsi del caldo.  

Io sono delegata alla spesa, insieme a Lisa*, una ragazza che sta seguendo un percorso di avvicinamento all’autonomia e va dormire a Casa Perego un paio di volte al mese. Andiamo insieme al supermercato e mi rendo conto rapidamente di quanto sia difficile lasciare che siano gli altri a svolgere, con più difficoltà, compiti che potrei fare io con più agio.

Lisa fa fatica a trovare le pesche nel banco frutta della Coop, e sono più volte tentata di indicarglielo per permettergli di prenderle e passare alla prossima cosa da acquistare, per poter finire la spesa e tornare a Casa e bere un po’ d’acqua – fa caldissimo – e riposarci sul divano.  

L’impazienza che provo mi suggerisce di leggere la lista che tiene tra le mani e guidare Lisa tra le corsie, facendole vedere dove prendere le cose, insegnandole come si fa la spesa. Ma Lisa non ha bisogno che le insegni nulla, perché sa come si fa la spesa.

Che cosa otterrei, se facessi così? Di sicuro una spesa più rapida, ma non credo che sia questo lo scopo. Rimane comunque una convinzione in teoria facile da seguire, ma nella pratica devo mordermi la lingua quando la vedo passare per la terza volta davanti alla carta forno che deve comprare ma che non vede.

Mi sento un po’ in colpa per la frustrazione che provo nel non poter allungare la mano per afferrare la carta forno e mettere fine a questa lunga ricerca, perché so che Lisa non fa apposta, che sta facendo fatica, ma non mi sento in grado di impedire a questa emozione di affiorare. Per cui faccio finta di guardare il telefono, nella speranza che Lisa non si sia accorta di niente. 

Finita la spesa, si torna a casa e si inizia a preparare la cena. I compiti sono suddivisi tra i presenti: chi apparecchia, chi cucina, chi porta via i piatti e chi carica la lavastoviglie. Nuovamente, mi trovo a fare i conti con l’impazienza e le frustrazione suscitati dal poter esclusivamente osservare una situazione, senza possibilità di intervento.  

Vedo la fatica di Ricky nel tagliare i pomodori, i numerosi viaggi che Tommy fa tra la cucina e la sala per portare i piatti, perché pesano troppo e lui li porta uno alla volta.

Annalisa intuisce come mi sento, e avvicinandosi, mi dice sottovoce che sì, i ragazzi fanno fatica, ma è la fatica della vita quotidiana, che anche loro devono provare.

Se facessimo tutto noi per loro, mi chiede, cosa succederebbe nel momento in cui si trovano da soli? Inoltre, come ti sentiresti se qualcuno venisse sempre ad assisterti a ogni minima difficoltà, senza lasciarti spazio per agire? 

Mentre mangio, mi rendo conto che ci sono casi in cui il gesto più utile è trattenersi. Anche se richiede pazienza, anche se genera frustrazione e senso di colpa per il disagio provato. Ma è proprio in questi momenti che si misura il rispetto vero: quello che lascia l’altro libero di imparare, anche sbagliando, anche con lentezza. 

* I nomi sono stati cambiati per proteggere la privacy delle persone menzionate. 

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