Affetti in videochiamata

Uniti da uno schermo

In questi giorni stiamo scoprendo come le videochiamate colmino le distanze. All'improvviso sono diventate parte della nostra quotidianità e delle nostre relazioni. Organizziamo aperitivi in streaming pur di colmare la distanza, giochiamo insieme ognuno dal proprio schermo. Addirittura, noi SCE facciamo residenziali 2.0! E' strano per chi non era abituato a questi abbracci virtuali. 

La mia mente non può fare a meno di tornare in Moldova, a Olesea che mi dice sorridendo che sta imparando l’italiano. La sua nipotina le risponde così durante le videochiamate.
In questo momento in cui le distanze sembrano essersi materializzate, come fossero dei muri invalicabili, fa male pensare a chi con le distanze fa i conti da prima che il distanziamento sociale diventasse la regola, alle famiglie divise dall'esperienza della migrazione. 

Scherzando, mio fratello dice che vedremo  i nostri cuginetti, appena nati, solo nelle foto almeno fino al loro primo anno di età! Quando i bambini sono così piccoli, perdersi anche solo qualche settimana della loro vita sembra un’eternità. Con un sorriso penso a tutti i video e alle foto di bimbi mostratemi dai colleghi di Diaconia, in un solo mese trascorso con loro. Purtroppo, per molti, video, foto e videochiamate diventano anche l’unico modo di vedere crescere e cambiare i propri figli e nipoti a distanza. Nonostante questo breve esperimento di distanziamento sociale imposto dalla pandemia, so di non poter comprendere cosa si provi a vivere gli affetti attraverso uno schermo. 

Bimbo davanti al pc

"Dor"

Allo stesso modo, so di non poter comprendere a fondo l’espressione romena “dor”. Questo termine rientra a pieno titolo nella lista delle parole intraducibili, che non hanno un corrispettivo nelle altre lingue. Solitamente dor viene accostata alla nostalgia, alla mancanza, alla sofferenza della separazione da qualcuno che si ama, alla dolorosa attesa di potersi incontrare nuovamente. L’intraducibilità di questa espressione, lo scarto incolmabile tra una lingua e le altre,  mi sembra corrispondere all’impossibilità di sentire fino in fondo ciò che sente l’altro. Le distanze che tanto ci fanno soffrire in questa situazione fuori dall’ordinario, fanno, invece, parte della normalità di molti.
"Mi-e dor de tine" (mi manchi) accompagna ogni videochiamata delle famiglie separate dall’emigrazione. In un contesto, come la Moldova, altamente segnato da questo fenomeno, le assenze diventano presenze costanti. Presenze che assumono una nuova forma, plasmata dall’utilizzo degli smartphone.  Gli affetti, nonostante la distanza, perdurano e si rafforzano. 

Sebbene io non possa sentire ciò che si prova, ogni volta che dirò mi manchi o mi-e dor de tine, avrò nel cuore, con una consapevolezza diversa, la Moldova e chi convive con le distanze dettate dalla migrazione.

Giorgia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *